Gli uomini che fecero l’impresa

La miniera di rame di San Josè cedette strutturalmente all’inizio di agosto, oltre due mesi fa. Noi qui in Italia boccheggiavamo dal caldo. Ma istanti di gelo, in ogni caso, io li ho provati. 33 minatori che forse sarebbero morti sepolti vivi nelle viscere della terra. “Di queste persone almeno abbiamo notizia!…” – dissi tra me e me. “E forse si avrà più interesse a salvarle.” Gli incidenti in miniera sono all’ordine del giorno in Cile, il maggior produttore di rame al mondo. All’indomani dell’incidente un rappresentante dei sindacati disse che in questa miniera la situazione era particolarmente critica: si erano infatti già verificati degli incidenti, con il ferimento di 13 dei 150 minatori.

Avvenne il miracolo: i 33 uomini da oltre due settimane in miniera erano ancora vivi, ma ci sarebbero voluti mesi per riportarli in superficie. Erano a quasi 700 metri di profondità.

Al momento dello smottamento, i 33 erano riusciti a raggiungere uno dei rifugi delle gallerie, con provviste, ossigeno ed elettricità. Solo così sono riusciti a rimanere in vita dal 5 agosto, sopportando temperature caldissime di giorno e molto basse di notte, 4,5 km dentro alla miniera, con 700 metri di roccia sopra la testa.

La notizia che i minatori – 32 cileni più un boliviano – erano sopravvissuti al crollo avvenuto 17 giorni prima arriva grazie ad un messaggio «venuto dalle viscere della terra»: «estamos vivos, en el refugio, los 33» («siamo vivi nel rifugio, i 33»).

L’equipe del campo-base della miniera a Copiaco, 830 km a nord di Santiago, attiva una sonda per inviare acqua, cibo e medicinali: un vero e proprio «cordone ombelicale» con la superficie, che assicura la vita al gruppo. Psicologicamente soprattutto serviva un supporto costante: conviveranno tutto questo tempo in 50 metri quadrati.

Lo strumento di salvezza sarà una gigantesca macchina perforatrice, con un peso di 33 tonnellate. E una gabbia cilindrica alta 4 metri e pesante 460 chili. Per uscire da quell’incubo buio dovranno aspettare oltre due mesi e per tornare su dovranno infilarsi in una gabbia metallica e risalire quei maledetti settecento metri: quindici ulteriori minuti in cui ancora una volta non potranno soffrire di claustrofia.

Per tutto questo tempo, minatori, mi son chiesta cosa si possa provare a stare così tanto dentro la pancia della terra. Che avrei fatto io laggiù? Forse ce lo racconterete, o forse no, se questo vi creerà dolore o brutti ricordi. Ma è stato per 33 volte diverso veder riemergere ciascuno di voi da quella piccola buca, tanto profonda. E’ stato ogni volta tornare a riflettere su quanto vale una vita umana.

22 ore 35 minuti e 46 secondi

Gli uomini che fecero l’impresa.


Ecco come abbiamo lavorato per salvare i minatori: intervista a Stefano Maffei, ingegnere responsabile della perforazione

Gioia senza frontiere. La festa dei cileni nel mondo.

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