Nella lingua di Camilleri

E’ un fenomeno che si ripete da anni, accade magari per un paio di giorni all’anno, preceduto da attesa trepidante e seguito da infinita gratificazione.

Arriva il giorno in cui apro un nuovo libro di Andrea Camilleri e quel giorno è una festa di risate, riflessioni, congetture, allucinazioni linguistiche, domande; perfino condivisione con persone che estemporaneamente sono presenti all’evento.

Ma mai noia. Mai un passaggio nei libri di Camilleri che m’abbia dato l’impressione di brutto, di sgrammaticato, di vizioso, di non curante.

“Sono nato a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, e il dialetto l’ho molto frequentato. La lingua che uso nei miei libri non è la trascrizione del dialetto siciliano. È una reinvenzione del dialetto ed è il recupero di una certa quantità di parole contadine, che si sono perse nel tempo. Cataminarisi (“muoversi”), per esempio, non viene adoperata nel linguaggio piccolo borghese che era il nostro: era linguaggio contadino.”

L’eccezionalità di Camilleri si trova proprio nel linguaggio. Una lingua viva e caratterizzante, incomprensibile eppure semanticamente definita. Una lingua che racconta suggestioni, profumi, senso della Storia. I libri del maestro Andrea non sono in lingua italiana. Cioè non sono nemmeno in lingua straniera. Per carità!

Quella di Camilleri è la lingua di Camilleri.

Forse Trilussa aveva osato tanto con le sue poesie in romanesco che oggi recano note di traduzione per chi non fosse in grado di decifrare il dialetto. Ma qui (e questo non sminuisca affatto Trilussa!) varchiamo altre soglie, oltrepassiamo il limite, rasentiamo un’altra lingua! Una lingua che resiste all’omologazione di linguaggi, e che paradossalmente non si presta alle traduzioni.

Io, povera traduttrice come farò a spiegare a un nativo tedesco parole come tambasiare, ammuttuni, ‘nzirtare, sciddricari, cumurrìa, sciato? Come farò a riportare a un inglese la teatralità di Catarella, il nervosismo del dottore Pasquano, i salamelecchi di Lattes, il comportamento sciupafemmine di Augello? Ma a un italiano stesso si porrebbe il problema se solo non avesse idea della cultura di questa Sicilia tanto incantevole quanto complessa nei suoi costumi!

Problemi similari li avranno avuti (e forse li hanno ancora) i traduttori di Dante. La Divina Commedia in tedesco è una cosa imbarazzante, stante comunque lo sforzo sovrumano del traduttore!

“Tante cose del linguaggio contadino io le immetto all’interno del mio linguaggio, della mia scrittura. E questa è una lezione che ho appreso da Pirandello. Nella sua meravigliosa traduzione del Ciclope di Euripide in dialetto siciliano Pirandello fa un’operazione strepitosa che è quella di usare due livelli di dialetto: uno è il livello contadino del Ciclope, presentato proprio come un massaro: “Chiove, figlio mio; me ne fotto”. E l’altro è il linguaggio di Ulisse, che ha viaggiato, ha fatto il militare a Cuneo come direbbe Totò, e quindi parla così: “Scussate, non vorrei distrubbare ma…”. Ecco: questa è stata una lezione per me fortissima; in sostanza, Catarella ha fatto il militare a Cuneo.”

E’ una beatitudine riuscire a leggere ed entrare in quell’universo linguistico pregno di melodie, fatto di cantilene che, a tratti, sembra uno spartito musicale. Ad ogni capoverso sembra di stare a teatro, quel teatro erede della vera Sicilia intellettuale; si intravede Pirandello, risorge Verga, si riascolta Mascagni, si gusta Sciascia. Come se fossero tutti lì dentro a vigilare che quell’arte antica, piena di profumo del mare, strascicante timo limonato, venga raccontata come merita.

–          “Era certamente la mezzanotte passata.”

–          Guardò l’orologio?

–          “Non porto orologio, commissario. Di giorno mi regolo con il sole; quando è scuro con l’odore della notte.”

–          L’odore della notte?

–          “Già.”

–          Perché? La notte ha un odore?

–          “Sì. A seconda dell’ora, la notte cangia odore. Ci faccia caso, commissario.”

Il commissario Montalbano è il protagonista di romanzi che non abbandonano mai le ambientazioni e le atmosfere siciliane e che non fanno alcuna concessione a motivazioni commerciali o a uno stile di più facile lettura.

Salvo Montalbano è una figura ormai a me talmente familiare che a volte quando passeggio per strada mi trovo a pensare che forse lo incontrerò. Mi immagino che starà facendo in quel momento, se all’ora di pranzo si sarà recato da Enzo, se si è fatto poi la passeggiata a ripa di mare per facilitare la digestione, se in ufficio avrà firmato le sue pile di carte.

La potenza descrittiva dei connotati dei personaggi è un’abilità di Camilleri che forse non ha pari: quando uno scrittore è in grado di materializzarmi davanti agli occhi un personaggio come se lo conoscessi io credo che siamo in presenza di pura arte. Un disegnatore di profili è forse in grado di rappresentare davanti ai suoi occhi la fisionomia di qualcuno, ma che può rimanere molto estranea agli occhi di chi non è in grado di cogliere le stesse sfumature. Camilleri invece pensa, disegna e condivide. E condivide fino a far vivere un personaggio. Al punto da credere di poterlo incontrare per strada. Al punto da intuire cosa dirà, con che accento, con che sguardo, con che tempistica.

La forma dell’acqua, come la voce del violino, la luna di carta, la pazienza del ragno sono i titoli di alcuni romanzi di Andrea Camilleri. Ma più che titoli! Suoni, intrecci fatati di parole, segni. Come quel suo libro dal titolo “Privo di titolo”. Come se Camilleri ci provasse gusto a intordonire il lettore fin da principio. Pretesti di storie che generano risate e riflessioni: come Patò che all’inizio della storia sprofondò in una botola e nessuno più lo trovava.

Una lingua che sposa una filosofia e dal connubio nasce l’opera di Camilleri.

Che il solo raccontarla genera difficoltà d’espressione. Perché ciò che vale veramente, ciò che arriva dritto al cervello e il suo modus narrandi.

“Perfino Leonardo Sciascia mi ripeteva: figlio mio, ma come vuoi che ti capiscano i lettori non siciliani? Ma per me era perfetto. Di una tal cosa l’italiano serviva a esprimere il concetto, della stessa il dialetto descriveva il sentimento”.

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