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Nella lingua di Camilleri

E’ un fenomeno che si ripete da anni, accade magari per un paio di giorni all’anno, preceduto da attesa trepidante e seguito da infinita gratificazione.

Arriva il giorno in cui apro un nuovo libro di Andrea Camilleri e quel giorno è una festa di risate, riflessioni, congetture, allucinazioni linguistiche, domande; perfino condivisione con persone che estemporaneamente sono presenti all’evento.

Ma mai noia. Mai un passaggio nei libri di Camilleri che m’abbia dato l’impressione di brutto, di sgrammaticato, di vizioso, di non curante.

“Sono nato a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, e il dialetto l’ho molto frequentato. La lingua che uso nei miei libri non è la trascrizione del dialetto siciliano. È una reinvenzione del dialetto ed è il recupero di una certa quantità di parole contadine, che si sono perse nel tempo. Cataminarisi (“muoversi”), per esempio, non viene adoperata nel linguaggio piccolo borghese che era il nostro: era linguaggio contadino.”

L’eccezionalità di Camilleri si trova proprio nel linguaggio. Una lingua viva e caratterizzante, incomprensibile eppure semanticamente definita. Una lingua che racconta suggestioni, profumi, senso della Storia. I libri del maestro Andrea non sono in lingua italiana. Cioè non sono nemmeno in lingua straniera. Per carità!

Quella di Camilleri è la lingua di Camilleri. Continua a leggere


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