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IL REATO D’AVER STUDIATO CON PASSIONE

Riflettevo oggi pomeriggio con un mio ex collega di master (neoavvocato per 150 euro al mese in nero) sull’amara situazione del mercato del lavoro in Italia. Riflessione non nuova, ma che torna a vertere sempre intorno allo stesso argomento perchè per ogni giorno che passa ci sembra sempre più inverosimile e paradossale. Mille volte ci siamo detti che dobbiamo mettere da parte titoli e qualifiche varie perchè al momento l’essere troppo qualificati è squalificante e fuori luogo. Ci siamo anche detti che bisogna cambiare zona di lavoro perchè l’ingratitudine contrattuale del Sud è nota a tutti, che al Nord ci sono maggiori opportunità, che un lavoro si trova grazie alla tenacia, alla vista lunga. Ci siamo detti che siamo disposti a fare qualunque lavoro che ci permetta di crescere a livello di ciò che abbiamo raggiunto solo sulla carta. Abbiamo migliorato n elevato a n  volte il curriculum vitae, lo abbiamo adattato di volta in volta a ciascuna posizione lavorativa richiesta, abbiamo fatto colloqui lungo tutto l’appennino, soggiornato in varie città facendo un porta a porta di curriculum, abbiamo migliorato le nostre tecniche comunicative (abbiamo studiato per fare i selezionatori o questo è quello che ci hanno venduto), abbiamo curato relazioni, esplorato situazioni, partecipato a convegni, eventi, manifestazioni. Consultato selezionatori di aziende famose, chiesto pareri. Continuiamo a divorare le rubriche economiche per capire gli andamenti. Quello che al momento sappiamo è che l’area Risorse Umane per cui nel 2003 spendemmo €8000 per finanziarci la formazione sembra svanita nel nulla. Ma questo è ancora volere un lavoro “altolocato” che peraltro la vecchia guardia non è disposta a mollare. No, non chiedo più un lavoro nelle Risorse umane. Non chiedo più un lavoro che non esiste. So che al momento la funzione risorse umane è in mano a un manipolo di eletti che ne decide le sorti (laddove non prende ordini) in quasi tutte le aziende. Negli Stati Uniti il laureato in filosofia (per fare l’esempio più estremo di laurea umanistica) fa il risolutore di problemi aziendali ed è strapagato per la sua abilità di problem finding/solving. E questo semmai non abbia avuto voglia di fare il docente in qualche campus o istituzione di ricerca dove comunque sarebbe stato pagato dignitosamente. In italia un laureato in materie umanistiche forse, se riesce, fa il portaborse a qualche docente universitario. Se la fortuna si è fermata dinanzi a lui. Altrimenti prova a scrivere, in epoca in cui pubblicano libri pure i vermi (basta che abbiano i soldi per pagare) in un attimo in cui non brucano le foglie nelle  mie fioriere. Oppure fa il centralinista outbound per qualche azienda che sciacalla sulle carogne. O se è donna avrà maggiore fortuna come promoter oppure hostess se è alta. La scuola cos’è? Che ne parlo a fare? Quella è una tragedia nella tragedia. E mi fermo a una disamina sui laureati in materie umanistiche. Rimane pur sempre la stagione nella riviera romagnola, no?

In genere la mia critica non finisce mai senza proporre una soluzione fattiva. Nonostante questa società mi abbia messo in ginocchio più volte, son tornata sempre in piedi in tutta la mia dignità. Non è mai riuscita a farmi mollare l’osso. Ho avuto dalla mia dei genitori che hanno creduto ciecamente e fieramente nel valore dell’istruzione (scuola, sport, musica): sono riusciti a crescere una donna piena di principi e di forza di volontà, ma oggi sento un gran peso. Il valore non dipende dalla forza: vince chi si adatta meglio, non il più forte. O così ha dimostrato la specie finora. 
Insegno ad un mio piccolo allievo, prima ancora di una materia specifica, il valore della conoscenza, l’importanza della Sofia. E mi ostino a credere che tutto il valore dell’uomo, insieme alla capacità d’Amare, stia lì. Ma la difesa di questo valore è sempre continuamente attaccato da quello che la società “insegna” a questi piccoli: il qualunquismo, l’approssimazione, la superficialità, il bigottismo, la delega di responsabilità. Ricordo un episodio durante il master: compilavano una griglia di rilevazione di certe competenze e una mia collega voleva mettere come valore più basso la dicitura NON ESISTENTE. Io le feci notare che secondo me una competenza non poteva essere non esistente, ma piuttosto NON RILEVATA perchè magari quel candidato al momento non lasciava trasparire quella capacità, forse anche in vista di una nostra incapacità di rilevarla. La spuntai con molta difficoltà. Ma credo che la lotta sia sempre la stessa: lasciare all’altro la possibilità di mettersi in gioco, di provare. Ma dall’altra parte se non c’è questa disponibilità alla fiducia intellettuale, umana, dove finiamo? Se non giochiamo con regole di competenza e di reale preparazione, dove approdiamo? Dove finiremo a furia di etichettare tutto con la nostra approssimazione e arroganza di sapere?
Il mercato del lavoro, per dirla con le parole di un tale, ammazza uomini morti. Ma Socrate, padre del Dialogo, difendendo la sua vita di fronte all’accusa di corruttore di giovani e ateo, si pronunciò così: “Io vado a morire e voi a vivere. Chi di noi due abbia un destino migliore, solo gli dei lo sanno.” Scelse la coerenza a costo della vita.
Perciò, nonostante tutto, Signori, io continuo a dire: Ad maiora!

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